LE MIE DUE MASSIME PREFERITE:

Così come il fiume non dimentica che la sua meta è il mare, l’amicizia non scorda che la sua unica ragion d’essere è dimostrare amore verso gli altri.
P.COELHO, il manoscritto ritrovato ad Accra

 

C'è sempre tempo per un altro tempo. Sal dalla raccolta personale: dall'alba al tramonto
 

Il mio regno, la mia nuvoletta nera NERONE.

GAMBADILEGNO A PARIGI

E allora sognò Atene
e la sua bocca spalancata
E la sua mano da riscaldare
e la sua vita stonata
E quel suo mare senza onde
e la sua vita gelata
E allora sognò Atene
sotto una nevicata

Guardalo come cammina
ballerino di samba
E come inciampa in ogni spigolo
innamorato e ridicolo
Come guida la banda
come attraversa la strada
senza una gamba

Portami via da questa terra
da questa pubblica città
Da questo albergo tutto fatto a scale
da questa umidità
Dottoressa chiamata Aprile
che conosci l'inferno
Portami via da questo inverno
portami via da qua

E allora sognò Atene
e l'ospedale militare
Ed i soldati carichi di pioggia
e un compleanno da ricordare
Ed un…

 

GAMBADILEGNO A PARIGI

SOGGETTO liberamente tratto dal brano musicale di F.De Gregori

Salvatore Ferrara

Nassiriya: il 12 novembre 2003 il terribile attentato nel quale persero la vita 19 italiani.

 

A Nassiriya, in Iraq, erano le 10.40 ora locale, in Italia le 8:40. Mancavano pochi secondi a una delle stragi più tristemente memorabili della storia contemporanea italiana e non solo. Carabinieri e militari dell’esercito di stanza alla base “Maestrale” avevano già iniziato a pieni ritmi un’altra giornata in Iraq, teatro operativo della missione Antica Babilonia, autorizzata proprio quell’anno, che aveva come unico scopo quello di contribuire alla rinascita dell’Iraq, favorendo la sicurezza del popolo iracheno e lo sviluppo della nazione.
I militari, dunque, si apprestavano a iniziare una nuova giornata durante la quale, probabilmente, le attività principali che avrebbero svolto sarebbero state quelle di ricostruzione, di aiuto alla popolazione, soprattutto per quanto riguarda l‘approvvigionamento di cibo e di acqua, di mantenimento dell’ordine pubblico e, non meno importante, di addestramento della nuova polizia locale, affrancata da corruzione e servilismo nei confronti del regime dittatoriale iracheno di Saddam Hussein. Attività che avrebbero dovuto svolgere, dunque, ma alle quali non riuscirono nemmeno a dare inizio. Un camion cisterna pieno di esplosivo, infatti, guidato da 2 kamikaze, scoppiò davanti alla base militare italiana. Il bilancio fu devastante: 28 morti, di cui 19 italiani, e ben 58 feriti. Le successive inchieste hanno stabilito che il camion cisterna conteneva tra i 150 e i 300 kg di tritolo mescolato a liquido infiammabile. Una quantità di miscela esplosiva in grado di fare una vera e propria strage, e così è stato.
Sergio, all’epoca aveva 24 anni. Colpito dall’esplosione, perse la gamba destra che gli venne amputata.
Rimpatriato in Italia e sottoposto ad altri interventi, all’ospedale militare Celio di Roma, conobbe Giulia, una giovanissima infermiera che nonostante la sua permanente infermità, si innamorò di lui e dopo qualche tempo chiese di sposarlo.
Contrastati da entrambe le famiglie, decisero di trasferirsi a Parigi e di ricominciare una nuova vita. Felici, un anno dopo il matrimonio, ebbero la prima figlia Alessia, che pose anche le basi per il loro futuro.
Dieci anni dopo.
Fu una notte come tante altre che Sergio si svegliò in piena notte. Agitato e madido di sudore ebbe l’impressione di perdere coscienza, impressione che di lì a pochi minuti divenne realtà.
Trasferito d’urgenza in un Ospedale parigino, dopo vari accertamenti, gli fu riscontrato un ematoma celebrale da asportare con la massima urgenza.
Non ne volle sapere. Firmò il foglio di dimissioni volontarie e tornò a casa.
I giorni iniziarono a trascorrere fra angosce e paure fino al momento in cui, approfittando dell’assenza di Giulia, raccolse qualche cosa da indossare, prelevò qualche banconota dal cassetto ed uscì di casa senza una meta ben precisa.
Per qualche giorno si accontentò di dormire in una dei tanto alberghi ad ora, poi, terminati i soldi prese la decisone definitiva e partì alla volta di Atene.
La decisone di Giulia di fare denuncia della sua scomparsa non ebbe i frutti da lei sperati: Sergio risultò introvabile per tutti.
La protesi alla gamba amputata cominciò a creargli qualche serio problema, giacchè ogni tanto cedeva e lo costringeva, ma solo quando poteva farlo, o ad accostarsi ad un muro e reggere il dolore; o lasciarsi cadere per terra in attesa che qualcuno lo soccorresse aiutandolo a rialzarsi.
Quell’inverno, ad Atene faceva molto freddo, e Sergio con il poco vestiario che si era portato dietro iniziò a soffrire oltremodo sia il freddo che la fame. Ma l’orgoglio, molto più forte delle avversità che doveva giornalmente affrontare, lo fece andare avanti fino alla primavera, periodo in cui anche Atene si risvegliò  concedendogli di riprendere in mano la propria vita.
Assunto come benzinaio ad un distributore, iniziò a guadagnare quel poco che gli bastava per vivere, ma non per condurre quella vita che tante volte aveva sognato.
Fin da ragazzo, Sergio, aveva avuto la passione per il ballo, tanto che i genitori, persone umili  e non ricche, gli pagarono la scuola di danza che culminò con un diploma che gli permise di aprire in una vecchia balera di periferia del suo paese, una scuola  frequentata in larga maggioranza da persone e coppie adulte che volevano intrattenersi  a ballare quei balli che tanto avevano amato da giovani.
Sergio si specializzò nei passi della samba che nel tempo divennero il proprio cavallo di battaglia. Invitato a numerosi spettacoli, riusciva ad incantare le persone per la naturalezza con cui si esibiva ed esprimeva il proprio talento.
Alla morte dei genitori si allontanò per qualche tempo dal paese e decise di entrare a far parte di un corpo di ballo che si spostava di teatro in teatro nelle varie città di provincia.
Quando venne raggiunto dalla lettera che lo invitava a recarsi presso il Comando militare della propria città per le visite di leva, nonostante potesse rifiutarsi perché figlio unico e orfano, si presentò, fu arruolato e dopo qualche mese inviato a Nassirya per quella che da tutti venne definita “ Antica Babilonia  “
Orgoglioso  della propria scelta, non appena giunto a Nassirya contribuì non poco ad aiutare uomini, donne e bambini che nella più assoluta e totale indigenza, necessitavano non solo di cibo e vestiario, ma anche di piccole distrazioni che alleviassero le proprie sofferenze.
E fu così, che Sergio, soprattutto alla sera e quando era libero dagli impegni militari, si recava in una piazzetta e insegnava danza ai bambini ed alle persone che ne avessero voglia. In poco tempo divenne il beniamino di  molte famiglie di Nassirya e dei propri commilitoni che gli appiopparono il nomignolo di caporal maggiore samba.
Di bell’aspetto e forte della propria prestanza fisica, fece innamorare diverse ragazze fra cui Gianna, una crocerossina del campo base che aveva perennemente alle costole.
Fra i due nacque un brevissimo amore che si concluse quando Gianna fu spostata da quel campo base ad un altro.
Inizialmente, Sergiò ne soffrì, ma la gran mole di lavoro da svolgere al Campo base gli fecero presto scordare le notti infuocate e di passione con Gianna.
I suoi amici più cari, il Tenente Serravalle e i due commilitoni Andrea e Alessandro, fecero sempre in modo che Sergio non partecipasse ad azioni prettamente militari, ma si dedicasse unicamente alla missione umanitaria: aiutare le persone a non vivere il dramma della guerra,
Trascorsero pochi mesi per cui Sergio, stanco di quella che personalmente riteneva una vita un po’ inutile, si presentò dal Capitano Ruggeri chiedendogli espressamente e con assoluta decisione di poter fare parte anche delle missioni ricognitive cui partecipavano i propri amici.
Accolta la richiesta, Sergio prese a girovagare con i mezzi pesanti ed a rispondere al fuoco nemico che di giorno in giorno si faceva più insistente.
Sempre in prima linea, una sera, all’imbrunire, sconfinò in un campo irakeno dove, colpito alle spalle, fu fatto prigioniero e condotto in una località di cui nessuno era a conoscenza.
Fu durante le continue torture che Sergio fu costretto a raccontare del Campo base “ Maestrale “, precisando il numero dei militari, le consegne, il numero di mezzi e quant’altro potesse garantire agli iracheni un attacco a sorpresa. Condotto su una jeep a debita distanza dal punto in cui era stato catturato, fu legato ad un masso e sparato a bruciapelo.
Morente, fu lasciato al proprio destino.
Quando definitivamente si risvegliò, davanti a lui due anziani pastori ed una piccola bambina che gli sorrise  e gli poggiò la manina sul capo.
Gli uomini gli raccontarono del dove lo avevano ritrovato ed in quali condizioni fosse.
Fu in quel preciso momento che Sergio ricordò di essere stato a lungo torturato e di aver raccontato del proprio campo base.
Nonostante le ferite ancora aperte, Sergio, fattosi indicare la strada, si lanciò verso il proprio Campo base per avvertire che ci sarebbe potuto essere un attacco da parte degli iracheni. Corse, senza quasi mai fermarsi per due interi giorni,
Fu tutto inutile.
Quando intorno alle 10,40 giunse al Campo base e notò un’autocisterna ferma, capì. Non fece a tempo a muovere un passo che una deflagrazione improvviso lo scaravento per terra lasciandolo privo di sensi.
Solo qualche ora dopo, quando riprese i sensi si rese conto di quanto accaduto. A perdifiato corse verso il Campo Base ancora in fiamme: davanti a lui solo morti, feriti e disperazione.
Sergio si lasciò cadere per terra ed iniziò ad urlare come un selvaggio. Poi, raccolta da terra una mitraglietta, iniziò a sparare in tutte le direzioni come a volersi vendicare di qualcuno che non c’era più.
Quando si riprese del tutto capì di avere la gamba destra completamente maciullata.
Svenne e si risvegliò sul lettino di una tenda da campo militare, dove i medici gli avevano amputato la gamba destra.
Le sue furono solo poche parole: - una cosa è certa: la mia vita ricomincia da oggi…-
Solo a distanza di anni e col senno di poi, Sergio prese coscienza che per lui la vita non era ricominciata quel giorno, ma in un certo  senso finita.
Negli anni successivi, dopo aver fatto il benzinaio, si dedicò al volontariato per una Casa di Cura per malati terminali. Esperienza che accrebbe in lui un senso di benessere che pareva avere perso nel tempo.
Ingiustamente licenziato perché ritenuto responsabile di una somma di denaro custodita nella cassaforte della Casa di cura, non venne denunciato, ma ancora una volta si ritrovò per strada a mendicare e bussare ad ogni porta che le potesse garantire un lavoro.
Fu un giorno di dicembre, esattamente la vigilia di Natale, che il destino bussò ancora alla sua porta.
Un distinto signore vedendolo rannicchiato su una panchina morente di freddo gli si accostò e gli disse: - un giovane come te ridotto in questo stato…Vergognati. – Poi lo sguardo dell’uomo si fissò sul moncone della gamba scoperta.
-Scusami…Non avevo visto – Gli disse l’uomo sedendosi accanto a lui.-
-Non importa, ci sono abituato…- rispose Sergio con un mezzo sorriso-
L’uomo non aggiunse altro. Invitò Sergio a seguirlo fino alla sua macchina, dove ad attenderlo c’era un autista in livera che al suo arrivo gli spalancò la portiera per subito richiuderla.
-Non hai visto che sono in compagnia? Riapri e fai accomodare il mio amico…- tuonò l’uomo che fece posto a Sergio che, ammutolito,  gli si sedette accanto.
Nel giro di poche ore, Sergio si ritrovò all’interno di una lussuosa villa circondata da alberi secolari e da un laghetto che si fermava, quasi fosse uno sbarramento naturale, a pochi metri dall’ingresso della villa.
- Allora, disse l’uomo – sprofondando su una poltrona- cosa diavolo ti è successo?-
Come annichilito, Sergio volse lo sguardo un po’ ovunque e dovunque poggiasse lo sguardo incontrava quadri, cimeli, candelabri dorati e quant’altro gli facesse capire che l’uomo che gli stava davanti non poteva che essere un grande magnate,
- Che c’è? – chiese l’uomo che subito precisò: - non è roba mia, ma della vedova del Conte Marchand che è follemente innamorata di me e che mi concede di vivere qui.
Sergio ebbe come un sussulto, ma si ricompose subito.
- Perché mi ha condotto qui  se lei non è il padrone?-
- Ti sbagli. figliolo…Qui è anche tutto mio e quando la vedova non ci sarà più sarò io ad ereditare tutto ciò che vedi e vedrai in seguito –
Con enorme sforzo, Sergio si risollevò dalla poltrona e a fatica iniziò a girare per la stanza soffermandosi, in particolar modo davanti a dei dipinti ritraenti volti di persone.
-Se non lo ricordassi è la vigilia di Natale. Non ti vorrai presentare in queste condizioni davanti alla contessa? Datti una bella ripulita e cambiati. Per gli abiti puliti rivolgiti al guardarobiere…Di roba ce ne è davvero tanto e qualcosa che ti stia bene la troverai di certo. Vai, la contessa ama la puntualità…-
Ad un cenno dell’uomo, un uomo di mezza età in perfetta divisa da cameriere si avvicinò a Sergio e lo invitò a seguirlo.
Quando Sergio entrò, vestito di tutto punto, nella grande sala rimase quasi accecato dallo splendore dei lampadari e dalla forte luce che emanavano,
- Allora, giovanotto, non ci siamo ancora presentati: io mi chiamo Frederich  Boilè. Tu?Sergio si voltò di scatto e colse la figura dell’uomo che teneva sottobraccio una vecchia signora dai capelli bianchi e dallo sguardo gelido.
- Ser…Sergio…Mi chiamo Sergio Corsini e sono italiano ., balbettò Sergio avvicinandosi ai due.
- Puoi anche andarle sotto gli occhi che non ti vedrebbe…Purtroppo la contessa è afflitta da cecità permanente da oltre cinque anni, ma, credimi, è come si ci vedesse benissimo. Tu parla e ti dirà come sei fatto…- concluse Frederich accompagnando la contessa al tavolo imbandito che campeggiava al centro della sala.
Dopo  avere trascorso una notte praticamente insonne, all’indomani Sergio si risvegliò piuttosto tardi. Erano quasi le 12.
- Dio mio – disse fra sé e sé -; chissà cosa penseranno la contessa e Frederich….Diavolo, non sono abituato a questi vini francesi e qualcosa mi deve essere rimasta sullo stomacò…-; concluse, alzandosi ed a fatica indossando il nuovo vestiario che trovò su una vecchia cassapanca: uno splendido doppiopetto con camicia azzurra e cravatta nera che mettevano in risalto la sua carnagione di uomo del sud.
Si ammirò allo specchio, abbozzò un sorriso e si diresse fuori dalla stanza.
Fu lungo il corridoio che incontrò Clara, una splendida ragazza che gli passò accanto e con estrema semplicità gli disse: - Bonjour messieur  Sergio -
Inizialmente perplesso, pian piano Sergio ricordo della sera prima e della ragazza che lo aveva accompagnato nella propria stanza,
Una risatina, e Clara scomparve come nel nulla.
- Cristo…non ricordo niente!!!- esclamò a bassa voce Sergio che si trascinò lungo tutto il corridoio in cerca di scorgere una via d’uscita che lo conducesse fuori da quel luogo.
Passarono diversi giorni, ma Sergio, nonostante frugasse e cercasse in ogni dove non incontrò più nessuno: la contessa, Frederich e tutte le persone che aveva incontrato si erano dissolte nel nulla.
Indossava un nuovo abito, quel lungo vialetto che conduceva alla casa di Clara, una sua vecchia amica che avrebbe dovuto sposare, ma che per alcune vicende lasciò senza darle alcuna spiegazione.
Un tappeto di foglie rossastre pareva lo strascico di un autunno giunto precocemente, rispetto agli altri anni.
L’apertura delle scuole avevano appena battezzato l’inizio del mese di Settembre, che si avvertiva quasi trasformato, facendo respirare un’aria assai fresca, baciata, ogni tanto, da un pallidissimo sole. L’atmosfera era davvero insolita, perché la calura estiva, senza remore né avvisi, ormai era un lontano ricordo.
Le stagioni ed il loro intermezzo non esistevano più, e Sergio lo aveva notato da subito, mentre calpestava frettolosamente il piccolo viale che lo avrebbe condotto a destinazione.
Sentiva il rumore dei suoi passi schiacciare il secco fogliame che incontrava nel cammino e, dentro di sé, pensava:
- Sono trascorsi tanti anni. Chissà se si ricorderà ancora di me? E se non lo facesse? Che scusa dovrò inventare, per farmi perdonare?
Eh si, proprio l’incertezza di non essere bene accolto, lentamente si affacciava alla sua mente. Cosicché, in preda a titubanti pensieri, che in un battere di ciglia divenivano crescente timore, arrestò il passo, sino a fermarsi. Si voltò, con l’intento di tornare indietro, ma, dopo aver proseguito un altro poco, si fermò nuovamente, per riflettere.
- Non posso non dirle la verità! Clara non lo merita proprio: deve sapere il perché l’ho lasciata. Lei deve assolutamente conoscere tutta la verità!
Quella voglia imperativa di giustificare una dolorosa assenza che gli aveva penalizzato l’anima per anni, fu come lo scoccare di una violenta freccia che uccise, all’istante, la paura di desistere dallo spiegare ogni cosa.
Riprese quindi il proprio cammino, sino a giungere nei pressi di un enorme albero che sembrava fungere da sentinella, accanto all’ingresso dell’abitazione. Lo osservò per pochi minuti, sentendosi piccolo,  piccolo  dinanzi ai rami che volteggiavano verso il cielo sovrastante.
Il tronco era robusto, ricoperto da un’umida corteccia che, a tratti, si squamava, mostrando parte della giovane rinascita dell’arbusto. Ricordò quando era solamente un alberello, non più alto di circa tre metri. Il tempo aveva fatto il suo lavoro, trascorrendo, e facendo vedere che era passato anche di lì.
Anche la lignea porta della casa mostrava i segni dell’allontanamento di Sergio. Non era più tinteggiata di quel colore rossiccio che in passato sfoggiava un battente di ottone, a forma di anello. Cosa dire poi delle finestre, che lui stesso aveva chiesto di ridipingere per rendere ancor più accogliente la facciata di quella che, un giorno, avrebbe dovuto essere un’indimenticabile alcova d’amore?
Il bianchissimo colore aveva ceduto al grezzo del legno sottostante, invecchiato dai segni del tempo. Restava inutile soffermarsi sugli altri aspetti che testimoniavano un inesorabile e triste abbandono, oltre alla scarsa cura del volto della casa.
A fatica salì i tre gradini di marmo ed afferrò con la mano il battente, per farsi sentire.
Nessuna risposta, all’inizio. Non si udiva alcun rumore che potesse far capire la presenza di qualcuno, al suo interno.
- Non c’è niente da fare - pensava Sergio - è segno del destino che io non debba più vederla!
Attese un pochino e riprovò a bussare, senza che nessuno si avvicinasse, per aprire la porta. Sconfortato, si stava sempre più convincendo di meritare l’inutilità di quel lungo viaggio, fatto per ritrovare la sua Clara.
- Sono proprio uno sciocco, nell’aver sperato che la vita mi ripagasse del torto subito. Debbo andarmene, prima che sia troppo tardi, così mai nessuno saprà che sono passato.
E mentre veniva assalito da mesti pensieri, udì, da lontano, una voce gentile:
- Chi è alla porta?
Sergio non rispose.
- C’è qualcuno? Chi cercate? Allora, non fatemi perdere tempo.-
- Po… potete aprirmi, per favore? - balbettò Sergio.
Un lieve cigolio e la porta si aprì, facendo da cornice alla figura semplice e garbata di una giovane donna.
- Si...? Cosa volete?
Clara fissò quell’uomo, a lungo.
Era talmente emozionato da non riuscire a proferire alcuna parola né, tantomeno, ad intavolare un discorso. Era una sensazione meravigliosa e, al tempo stesso, imbarazzante, quella che Sergio stava vivendo. Finalmente riusciva a vedere il volto della donna che ancora amava e mai aveva scordato e che gli aveva letteralmente rubato il cuore.
- Clara, non ti ricordi di me?
Un attimo di smarrimento la colse, sino a quando la sua mente incominciò a spolverare i ricordi del passato. Lei era certa di avere già veduto quel signore, e i ricordi d’amore si affrettarono ad arrivare, proprio nel luogo in cui dovevano giungere.
- Sergio, sei tu, non è vero? - disse Clara, profondamente commossa.
- Sono io - rispose Sergio.
Gli occhi di Clara presero a luccicare di gioia che, presto, sarebbe stata sostituita col dolore di lacrime ardenti non appena avesse saputo ciò che, in realtà, l’aspettava.
Per fargli sentire tutto l’entusiasmo che  le pulsava dentro, affettuosamente Clara abbracciò Sergio. Lui ricambiò prontamente, chiedendole se poteva entrare in casa.
Per mano, lei lo condusse nel salotto e, dopo aver riposto nel guardaroba il soprabito che indossava, lo invitò a sedersi sul divano. Lo raggiunse, sedendosi accanto a lui.
- Mi sembra un sogno, rivederti dopo tanto tempo - disse Clara.
Sergio, cogliendo la palla al balzo e superato un iniziale momento di trepidazione, non esitò un istante:
- Debbo dirti una cosa importante. Ascoltami con molta attenzione, te ne prego.-
Improvvisamente, Clara si incuriosì molto, dinanzi alla serietà del volto di Sergio.
Pensò che volesse dichiarare i propri sentimenti, magari con una nuova promessa che, stavolta, avrebbe mantenuto.
Infatti, molti, ma molti anni prima ed ancora prima di sposarsi con Giulia, si erano lasciati senza chiedere spiegazioni l’uno all’altra, quasi col terrore di spezzare quell’incantesimo d’amore che li avrebbe dovuti condurre ad un lieto fine. Ma qualcos’altro, era riuscito a fare in modo che i due si separassero.
Franco iniziò col dire che sua madre non nutriva simpatia per la suocera e che quest’ultima l’aveva pagato affinché lui uscisse fuori dalla vita di sua figlia. Per non far soffrire Clara, aveva accettato quel denaro, perché l’azienda di famiglia versava in condizioni economiche critiche.
Ma il rimorso per un’azione così avventata, continuava a tormentarlo. Ecco perché si era fatto nuovamente vivo. Sentiva l’impellente bisogno di chiedere scusa alla donna che aveva tradito, vendendo la propria felicità alla suocera.
Clara arrossì tutta d’un colpo, ma il rossore che le accendeva gli zigomi divenne presto il fuoco della rabbia. Non credeva ad una sola delle parole che Sergio aveva detto e si chiedeva:
- Se così fosse, perché me lo ha tenuto nascosto, sapendo che lei sarebbe stata disposta ad elargire una proficua somma di denaro, pur di sottrarlo ad una umiliante e vergognosa proposta?
Nella sua testa, rimuginava il pensiero di valere assai poco, per Sergio, e decise di chiederglielo. Così, alzandosi dal divano, gli disse:
- Dimmi, perché li hai accettati? Te li avrei prestati io.-
Guardandolo negli occhi, quasi a volerlo intimidire, proseguì:
- Rispondimi, Sergio! Hai capito quello che ti ho appena detto?-
Mentre infieriva sul malcapitato con espressioni malevoli, sentiva il cuore frantumarsi in mille pezzi. Era talmente sensibile, Clara.
Una donna dall’animo buono che, quel fiabesco rincontrarsi, stava mutandosi in profonda agitazione, velata da un intenso risentimento e da un’insistente voglia di giustizia.
Sergio tentò di farle capire che non era colpa sua e che la vita lo aveva messo con le spalle al muro. In realtà, dentro di sé, l’orgoglio eccessivo nel non voler mostrare debolezza alcuna agli altri, lo aveva condotto verso situazioni più facili e meno sofferenti.
- Lo sai che ti amo ancora, Clara. Accidenti! Mi chiedi un perché impossibile? E poi, non sono mai andato a genio a tua madre, ne sei perfettamente consapevole!-
Come cera lenta, le lacrime iniziarono a scendere sul volto di Clara. Per anni lo aveva atteso, nella vana speranza che tutto potesse tornare come un tempo, in cui le frequenti visite romantiche, accompagnate da sfavillanti momenti di gioioso amore, potessero ancora fare capolino nella sua immensa vita solitaria.
Era una donna che sapeva amare le persone. Non per questo, Clara, era stupida. Intuitivamente, capì che avrebbe dovuto fare una scelta, pure lei. Una scelta spinosa, difficile, nella quale il suo futuro era, ancora una volta, messo a rischio, ma, di certo, non per colpa sua.
Voltò le spalle a Sergio, che era rimasto seduto sul divano. Non voleva farsi vedere piangere e, soprattutto, esternare quel dolore, divorante ed impietoso, che lui le aveva, più o meno inconsapevolmente, procurato. Istintivamente, ascoltò la voce della coscienza che accorse in suo aiuto, in quel frangente zeppo di sgomento. Iniziò ad allontanarsi, uscendo dalla stanza in cui Sergio si trovava, sempre più assente ed impreparato, dinanzi allo sconvolgimento di Clara.
Prese il soprabito di lui, lo appoggiò sul divano e, singhiozzando, disse:
- Esci da questa casa.-
Sergio finse di non capire e, con un filo di voce, rispose:
- Clara, ti amo, lo capisci vero? E’ stata tutta colpa di tua madre, io non c’entro nulla. Non t’avrei mai lasciata. Fidati delle mie parole.
Clara si sforzò di non piangere. Lo guardò negli occhi, sbigottita, e gli disse:
- L’amore non si conquista con l’inganno. Non si vende, non si compra. L’amore vero si conquista con il sacrificio e la fiducia; altrimenti, a cosa servirebbero le sofferenze? Ora, ti prego, Sergio, esci da questa casa. Non te lo voglio ripetere nuovamente.
Ancora una volta, l’orgoglio bussò all’anima di Sergio, assecondandolo, come al solito.
Prese il suo soprabito, si avviò verso quella porta, decolorata dal tempo, che Clara prontamente aveva aperto, al suo arrivo. Si voltò verso di lei:
- Cosa farai, ora?-
- Quello che ho sempre fatto, sopravvivrò! - rispose Clara, con il cuore in gola.
Non aggiunse altro e serrò la porta a chiave.
Allontanandosi da quella casa, Sergio ebbe la netta sensazione di riprovare quelle sensazioni del giorno in cui gli era tato diagnosticato l’ematoma al cervello.
Cadde per terra privo di sensi.
Quando si risvegliò la prima cosa che vide furono i grandi occhi di Frederich che lo fissavano.
Sergio fece come per parlare, ma la mano di Frederich le tappò la bocca impedendogli di parlare.
- L’intervento è andato bene. Ora sta a te non avere altri colpi di testa e fare esattamente solo ciò che ti diranno i medici –
Istintivamente, Sergio portò entrambe le mani alla testa e solo allora prese coscienza di avere subito un intervento alla testa.
Cercò inutilmente di risollevarsi dal letto, ma ricadde all’indietro.
Il tempo si era fermato o effettivamente erano realmente trascorsi molti, ma molti anni dal giorno in cui Sergio era andato via di casa?
E che fine avevano fatto sua moglie Giulia e la piccola Alessia?
Clara chi era effettivamente se di lei non ricordava altro se non che una sera lo aveva accompagnato in una camera da letto?
Con l’aiuto di Frederick, non appena rimessosi, decise di tornare al proprio paese per ricordare del proprio passato, ma soprattutto per ritrovare ciò che aveva irrimediabilmente perduto.
Oramai. Sergio, cercava disperatamente qualcuno che potesse aiutarlo a superare quel momento difficile
Ritornò gioioso e gentile, malgrado indossasse la sofferenza con grande eleganza. Si, l’aveva masticata sin da piccolo, il buon Sergio, ma non per questo aveva smarrito l’ottimismo di fare l’incontro sperato.
Cresciuto in una famiglia povera, senza mai aver ricevuto un appoggio economico da nessuno o, ancor peggio, l’affetto che avrebbe meritato, si era sentito spesso tagliato fuori dal mondo.
Durante il viaggio che lo avrebbe ricondotto al suo paese natio, sorrise più volte nel ricordare il giorno in cui una mattina, si recò nella solita bottega del paesino dove viveva per acquistare un pò di pane, della farina e qualche bottiglia d’acqua. Appena entrato nel negozio, udì un vociferare di donne che mormoravano o meglio, sbraitavano col titolare:
- Signor Gaetano, le avevo espressamente chiesto gli gnocchi per mio nipote e lei, invece, cosa mi ha combinato?-
L’altra donna, accanto alla vecchia signora brontolona, diceva invece ad alta voce:
-Io le avevo domandato un chilo di pane fresco e mi sono stati invece consegnati gli gnocchi di cui non avevo affatto bisogno!-
L’uomo, in preda al più totale imbarazzo, tentava di giustificare gli errori commessi e, rivolgendosi ad entrambe, rispose:
- Mie care signore, il lavoro qui è tanto, per me, e non riesco a seguire tutto da solo. Dovete perdonarmi per aver fatto confusione; forse, inavvertitamente, ho scambiato i nomi sulle consegne da fare e poi, proprio l’altro ieri, sono stato piantato in asso dal mio garzone: se ne è andato via perché non aveva voglia di lavorare. Vi prego, portate pazienza e datemi il tempo per rimediare al malinteso".
Sergio che  aveva assistito all’intera scena, ma non osava dire nulla, dentro di sé pensava:
- Chissà se questo lavoro, che non ho mai fatto, può fare al caso mio?-
Dopo che le due donne furono servite, rimase da solo con il signor Gaetano che, fissandolo negli occhi, gli chiese:
- In che cosa ti posso aiutare, ragazzo? -
Da parte sua, Sergio fece scena muta, sino a quando la domanda fu ripetuta nuovamente:
- In che cosa ti posso aiutare, giovanotto? Ti occorre qualcosa?-
Sergio fece un lungo sospiro, quasi come non si fosse reso conto che qualcuno finalmente si era accorto della sua esistenza. Educatamente, rivolgendosi al bottegaio, rispose:
- Buongiorno signor Gaetano, mi scusi ma ero sopra pensiero. Sono passato di qui perché mi occorrevano alcune cose ed ho sentito, senza volerlo, la discussione che c’è stata qualche minuto fa. Le serve ancora quel garzone, del quale tanto si lamentava? Beh, non so fare molto, però ho voglia di imparare ed ho tanta buona volontà".
- Dici sul serio?; gli chiese Gaetano-
- Si, certamente… quando posso cominciare?-
Il commerciante lo squadrò per qualche minuto, da capo a piedi, e, grattandosi sotto al mento, gli fece un ampio sorriso, facendogli capire che avrebbe accettato la sua proposta.
- Per me puoi iniziare anche da subito. Dovrai fare ciò che ti dico, essere gentile con la clientela e molto preciso nel tuo lavoro. Seguimi, che dovrei avere grembiule e cappello giusto della tua misura!-
Nell’udire quelle parole, Sergio si illuminò come un albero di Natale. L’occasione che tanto aspettava era giunta in un momento improvviso ma, soprattutto, era riuscito a coglierla al volo. Nel giro di qualche settimana, divenne così esperto nel servire chiunque entrasse in negozio, da diventare affidabile e simpatico all’intera clientela.
Quando il treno si fermò alla stazione del piccolo paese, una signora ricordò a Sergio che quella era la sua fermata se non voleva proseguire fino a Milano.
Trascinandosi sulla gamba sana, Sergio discese dal treno, respirò a pieni polmoni e si diresse verso il centro del paese, dove un tempo abitava con i propri genitori.
Bussò di porta in porta per avere notizie dei propri genitori, ma soprattutto di Giulia ed Alessia.
Qualcuno gli riferì della morte dei propri genitori, qualche altro, dopo lunghe insistenze gli rivelò che Giulia e la piccola Alessia, molti anni prima, erano volate ad Atene giacchè una cugina di Giulia le aveva trovato un impiego come infermiera presso una Clinica privata di cui, però non ricordava il nome.
Appena si lasciò andare si riprese l'innocenza.
Con gli occhi chiusi sopra di lui, si sentì come attraversato da un fulmine.
Un grande bruciore, gelo assoluto, la sensazione di spaccarsi in mille pezzi, la gola serrata e poi cedere di colpo.
Con gli occhi aperti su di lui, si dimenticò di sopravvivere e nessuna paura di vivere.
Superato l'odio per ogni amore sbagliato poteva concedersi un ultimo amore.
Si sentiva innocente, pulito, libero, ingenuo: quel lampo aveva annullato tutte le sue cicatrici e tutte le sue paure.
In fondo aveva trovato un'altra solitudine, un corpo ruvido come il suo, un'altra fuga senza più ritorni e senza più rimpianti.
In mezzo al deserto la felicità era provare ad amarsi alle spalle di un destino distratto.
Passò qualche giorno e Sergio fece rientro a Parigi. Si diresse alla villa e si incontrò con Frederich cui espose con poche, chiare parole il desiderio di andare in Grecia e mettersi alla ricerca di sua moglie e di sua figlia.
Per l’ennesima volta fu costretto a chiedere un prestito che gli venne subito concesso, ma con la promessa che una volta rintracciate moglie e figlia lo avrebbe immediatamente comunicato.
Nel giro di poche ore, Sergio si ritrovò, sotto una abbondante nevicata, ad Atene.
Pur non sapendo da che parte cominciare, si inventò un po’ di inglese bislacco.
Di cliniche private gliene furono proposte diverse. Tutto stava a cominciare dalla prima e scoprire in quale lavorasse Giulia.
Giorno dopo giorno un lungo calvario. Nessuna Giulia in quattro delle sei cliniche di cui gli erano stati forniti gli indirizzi.
Dopo una settimana, Sergio si ritrovò alla periferia di Atene senza forze e quasi privo di ogni sostentamento.
Non si arrese e con quel po’ che gli era rimasto tornò in Italia e si recò all’Ospedale militare del Celio per parlare con il suo vecchio Tenente Serravalle, oramai affermato chirurgo.
- Seduto…
siamo seduti… tranquillo! Dimmi tutto ciò che devo sapere!-; disse Sergio a Paolo Serravalle, che racchiuso nella sua nuova divisa blu lo fissava costantemente.-
- E così sono qui, a ricordare immagini di vite spezzate e cullate dalla gelida mano della morte.
Niente di più, niente di meno.
Nulla che un qualsiasi essere umano non abbia provato nella sua vita.
Nulla di sorprendentemente nuovo o particolarmente speciale.
In fondo è la vita, no?
Alcuni rimangono per anni sotto chili di sabbia con sembianze di macigni infernali, ma prima o poi riemergono. Fa parte del nostro spirito di sopravvivenza. Reagire al dolore. Dimenticare il dolore, o meglio, tentare in tutti i modi di rimuoverlo dalla nostra mente e andare avanti verso un nuovo cammino, una nuova meta, con nuovi progetti e nuovi sogni; insomma, verso il futuro.
Si crede di aver sofferto troppo e poi, così, in un lampo, riemergono ferite su ferite all’arrivo di un nuovo dolore, tanto da portarci a credere che oramai, dopo tanti anni, dopo diverse sventure, forse questo pozzo di acqua stagna ma irruenta, fondo non ne ha.
Ritorno bambino e sento quasi il profumo del mandorlo in fiore.
La morte non mi aveva mai sfiorato il pensiero così come accade per tutti i bambini in età pura e lontana da ogni realtà e convenzione sociale.
In quegli anni giocavo nei campi dei miei nonni, libero di correre e sporcarmi nell’erba e nel fango e libero di correre dietro ai grilli. Quando riuscivo a saltare nel momento giusto e afferrarli tra le mie mani mi sentivo forte e gioioso e correndo verso il nonno per mostrare il misterioso e strano animaletto che era rinchiuso tra le mie mani. Spesso però li stringevo troppo fino ad ucciderli e venivo rimproverato, ma  non per aver ucciso un grillo ma per le mie lacrime che sgorgavano a fiumi non appena mi rendevo conto di quello che avevo fatto senza volerlo.
Lo stesso accadeva con le farfalle. Ero talmente attratto da tutti quei colori scintillanti e dal movimento di quelle creature che non riuscivo a trattenermi dal toccarle. Successivamente capii che una farfalla ha un giorno di vita e quel giorno di vita, unico e solo per ogni unico e solo esemplare, io lo avevo profanato. Credevo che un giorno Dio mi avrebbe punito.
Vivevo nel calore di familiari e nel marasma più totale. Mai un minuto di silenzio.
Eravamo così tanti che anche sussurrando si riusciva a creare una gran confusione.
Col senno di poi, ricordo con forte emozione questi momenti in cui eravamo tutti uniti, insieme, a giocare, ridere, rincorrerci e farci i peggio dispetti.
Era divertente.
La natura ha svolto un ruolo fondamentale. Il mio habitat naturale era immergermi totalmente nei prati o passeggiare e poi correre in spiaggia, osservare l’immensità del mare o ancora trai boschi a immedesimarmi nel ruolo di Indiana Jones. Era bellissimo pensare di avere il suo cappello in testa. Prendevo un bastone e mi avventuravo nei sentieri immaginari della mia mente. Il finale era sempre lo stesso: il grande eroe salva i più deboli dalle creature cattive, ovviamente dopo aver attraversato percorsi spaventosi pieni di teschi o ragni mortali o ancora attraversare sentieri coperti interamente da vipere.
Un giorno come un altro seppi della malattia di mio nonno.
Non fu difficile capire che versava in condizioni molto gravi. Tuttavia vederlo mi dava l’idea che sarebbe invecchiato in quel modo, senza forze, magrissimo e con il viso ceruleo. Ad ogni modo la mia mente respingeva l’idea della morte.
Eppure arrivò ed entrò prepotentemente nella mia vita, senza chiedere il permesso a portarsi via, troppe anime care.
Rivedendomi credo di non aver mai pianto abbastanza per la sua morte.
Mia madre non voleva vederci piangere. La sua sofferenza la portava a non voler vedere i nostri occhi da bambini addolorati per la perdita di suo padre. Soffriva già abbastanza. E ognuno a modo suo ha vissuto diversamente questo “episodio”.
Per me è stato l’inizio del dramma.
E’ vero, ero ingenuo,  ma sempre molto sensibile, forse troppo.
Ero leggero e delicato e qualsiasi cosa poteva ferirmi. A volte invece apparivo così forte e vincente da far credere che niente e nessuno mai avrebbe scalfito la mia anima.
Ma sono solo discorsi, ipotesi.. La vita poi ci riserva altre sorprese.
L’affetto che mi legava a mio nonno era un sentimento fortissimo, amplificato indubbiamente anche dal fatto che l’atra figura di nonno non l’ho mai vissuta.
L’atro nonno morì molto giovane e di lui ho solo una foto che osservo e conservo nella mia mente.
Immagine nitide si intrecciano ad altri oramai sfuocate.
Ma sono sempre li, e nessuno mai potrà portarle vie.
Iniziai a conservare di tutto. Ogni banale oggetto che rappresentava una giornata importante doveva essere gelosamente conservato per poi un giorno ricordarlo e rivivere il momento.
Forse, la perdita improvvisa di mio nonno, del quale non avevo nulla se non l’immaginetta che solitamente viene realizzata per il funerale da donare agli amici e famigliari come ricordo della sua esistenza, mi ha spinto a voler fermare il tempo. Non poterlo rivedere in un diario, in un tappo di birra, in una musicassetta, beh, mi faceva sentire un grande vuoto dentro.
Quel vuoto pian piano si è riempito di tappi di bottiglie con date scritte a penna indelebile sul fianco, con scontrini, fazzoletti di carta con disegni e dediche, con migliaia di fotografie.
Era questo il mio modo di reagire. Conservare per ricordare. Molto più tardi mia nonna mi donò il cappello di mio nonno. E’ un bene prezioso. E’ il cappello di mio nonno e attraverso questo semplice oggetto, la mia mente riesce a vederlo molto più nitidamente, anche a distanza di anni.
Fondamentalmente credo si arrivi ad un punto della propria esistenza in cui devi per forza fare i conti con te stesso e con quello che si è realmente.
La vita, ti accorgi non è come te l’aspettavi da ragazzetto, e le difficoltà distruggono spesso sogni importanti. Per fortuna non è sempre così.
O almeno, anche se le difficoltà e le insoddisfazioni feriscono, dentro emerge sempre un fuoco che ti ricorda chi sei.
Non bisogna farsi schiacciare dalla vita.
Bisogna viverla e basta.-
- E di quel boato cosa ricordi?-; lo interruppe Paolo.
- Oggi, tutto…-; replicò Sergio risollevandosi in piedi.
-Brandelli di carne da tutte le parti, urla, fiamme e la mia testa, Dio la mia testa come vagava nel niente fino a che non abbassai lo sguardo e vidi la mia gamba in brandelli, sangue…solo sangue ed un forte buco allo stomaco.-; replicò ancora Sergio.
- Seguimi -; abbozzò Paolo…- ti troverò un posto letto e ti riposerai per qualche giorno…Io intanto vedrò attraverso le mie conoscenze di vedere dove si possano rintracciare tua moglie e tua figlia.
Trascinandosi lungo il corridoio. Seguì Paolo fino ad una stanza dove un infermiere gli mostrò il letto e l’armadietto dove riporre le poche cose che aveva portato con sé.
Ora il suo sguardo manifestava la certezza di una vita trascorsa al di fuori del nostro mondo, lontana dal tempo; quell’espressione di ghiaccio osservava occhi diversi dai suoi e manifestava, nella propria insondabile profondità, le loro paure, contraddizioni e segreti.
Quel freddo colore di un blu intenso, preciso, ampio, ma fisso gli parlava, mentre un colore sanguigno impregnava il paesaggio.
Fissò quelle pupille a lungo e la sua immaginazione si disperse fra vaste fantasie.
Si sentì soffocare mentre accarezzavo le mille vite, le molte storie che lo sfioravano, tutte provenienti da un’unica fonte, i suoi occhi. Avvertiva che stava per essere travolto da un vortice di emozioni in cui affogava immobile. Il gelo del suo iride portava con sé un’esperienza molto più estesa rispetto alla propria; direi che esso esprimesse ogni sentimento, ogni racconto che valesse la pena di ascoltare, ogni singolo frammento di un tempo presente, passato e futuro.
È proprio vero che la morte accomuna tutte le epoche e tutte le anime che vi vivono.
Non trascorsero che due giorni, che Sergio se ne andò via, senza un vero perché, ma soprattutto senza una vera meta.
Era seduto con la testa tra le mani, pensieroso, ascoltando gli alibi del rumore che occupano la città. I suoi jeans erano bianchi ormai come i suoi capelli, ma sapeva che il tempo invecchiava giusto come lui, come la sua pelle piena di rughe.
Lui sapeva che anche il tempo invecchia e non ascoltava le teorie di Einstein che supponeva che il tempo non esiste, che è solo una costante.
Sapeva che può essere tutto finto, la gente, i corpi, la terra, la morale, le fiamme del più sincero desiderio, ma solo i suoi occhi contenevano il vero mistero della vita. I suoi occhi non cedono alla morte, ma diventano invece più potenti ad ogni istante, anche se la sua vista s'indebolisce, era un sentiero acceso di vista chiara, ma impercettibile. Un senso. Il suo sguardo riusciva a penetrare laddove non arrivano i raggi del sole, negli abissi di quella sostanza oscura che c'è chi osa chiamare "spirito", come se volasse s'evaporasse.
Lui solo sapeva che era sostanza, che non era nient'altro che lo specchio della vita intera. Lui vedeva attraverso i riflessi dei gesti, in quei movimenti lenti o affrettati, quelli che la gente non osserva nel fare. Lui vedeva lì, la chiave di ogni essere, nel riflesso del fondo in superficie. Sembrava posseduto dal silenzio eterno di colui che abolisce tutte le parole e riesce a fare della bellezza la prima e l'ultima parola.
Ecco perché Dio ha creato! Perché dopo la saggezza del suo silenzio, non rimaneva più niente da insegnare.
Niente, se non creando. Dio contiene tutti i segreti, tutti quelli che li possono servire. Dio, quel giorno, era stanco di spiegarsi e analizzare l'amore e quando, in un attimo, il suo dolore si colmò fece il primo urlo di liberazione: "Che sia!"
E ora, lui, che possiede la verità negli occhi pensava in tutte queste cose.
Pensava a tutto ciò che era riuscito a capire in quelle sue vite cicliche e uguali e, finalmente, aveva visto la verità.
Ora il silenzio valeva più di ogni vana parola.
Col volto oramai chino tendeva  una mano ai passanti che lo guardavano con disprezzo.
L'altra mano riposava il suo pensiero, appoggiata su una gamba, una che aveva il colore bianco, una gamba che era invecchiata anche lei.
Così riuscivano i suoi occhi a distinguere delle gambe colorate che continuavano a camminare, attraversando il suo spazio, lontano, vicino, ognuno con un determinato passo, ognuno con un ritmo differente. E lui seduto, silenziosamente, tendeva la mano.
Cosa chiedere ancora?
Si era detto mille volte che non avrebbe mai elemosinato!
Si, ora era arrabbiato mille volte con sè stesso!
Da giovane si era sciolto i capelli e cantava credendo che la sua forza durasse per sempre! Lui che tanto conosceva… Cosa chiedere ancora?
Ma ecco che l'eco della risposta, riscuoteva la sua pace: "Chiedi ciò che la vita ti offre, ciò che la vita ti offre, ti offre, offre..."
Una moneta brillava nella sua mano e i suoi occhi si sollevarono per ringraziare. Però non aveva  potuto incrociare lo sguardo giovane che si dirigeva alla stazione. Aveva riabbassato la testa e si mangiò quel "grazie" nella sua beatitudine.
Inconsciamente, aveva  messo la moneta in tasca ed aveva  continuato a viaggiare nel suo mondo trascendentale.
Sentiva che il sole gli voleva dire qualcosa in quella strana  giornata .
Il suo occhio era vigile quanto grande il suo cuore che oggi sentiva palpitare molto più sonoramente.
Strascicandosi, ma deriso da chiunque lo incontrasse, aveva rincorso la stazione cercando disperatamente il suo benefattore. Si sentiva più potente, più generoso che mai, lui che poco prima tendeva la mano ai passanti.
Ora voleva essere lui a dare,  ora  aveva pienamente realizzato il proprio silenzio.
La sua voce saggia gli ordinava di tornare al suo posto. Il suo viso s'illumino. Non era stato obbligato a tendere la mano e  il benefattore, sicuramente, non se la sentiva di ascoltare il suo grazie.
In quel momento aveva  realizzato.
Sapeva tutto e aveva contenuto tutto nel suo silenzio: il silenzio valeva più di ogni vana parola. La causa e la conseguenza, il bene ed il male, il dovere e il potere, il ringraziamento e l'ingratitudine, sono tutti contenuti nelle stesse ali che fanno volare.
Nel silenzio, c'è solo il volo. L'equilibrio sa sempre vincere il cielo. E rimane il volo, l'inizio e la fine.
- Ora mi posso prendere da mangiare -; pensò riaccasciandosi a terra.
- Cristo…- tuonò improvvisa la voce di Paolo Serravalle.
- Come diavolo hai fatto a ritrovami; esclamò Sergio sollevando lo sguardo.
- Una volante ci ha informati della presenza di uno strano personaggio senza una gamba che costantemente sosta in questa piccola piazzetta. Non potevi essere che tu -; replicò Paolo chinandosi su di lui.
- E adesso che mi hai ritrovato mi rispedisci fra i morti di Nassiriya? -
- Non dire cazzate…piuttosto alzati e seguimi…-
-E’ un ordine, un consiglio e che altro?- ribattè con fermezza Sergio che, di fatto, si sollevò da terra e si mise alle spalle di Paolo che gli chiese:- che diavolo hai fatto in questi giorni? –
Sergio si mise a ridere di gusto e rispose: - Quando ho voglia di svagarmi salgo sulla cima di uno dei sette colli e da lì posso vedere tutta la città che si apre sconfinata senza mai fermarsi all'orizzonte : strade piccole, ampie strade percorse da signori eleganti e raffinati con indosso calde pellicce seduti nelle loro belle macchine dove puoi trovare di tutto whisky e soda , sigari cubani , televisore da trenta pollici . Le lussuose macchine passano per strade sporche e deserte percorse a piedi da gente qualunque, indaffarata nelle sue cose , qualcuno che insegue una sua idea , qualcun'altro un pensiero felice , un altro ancora un profumo sottile che esce da un forno di dolci che t'afferra alla gola e ti trascina con esso fino al negozio.
In un vicolo oscuro che sembra non aver mai fine ci vive un signore che fa uno strano mestiere l'acchiappasogni… Lui ogni giorno vai in giro per la città cercando di catturare con il suo retino un sogno felice , ma spesso ne trova di brutti ,incubi orrendi che qualcuno ha gettato fuori dalla sua casa e non ne vuole più sapere o lì abbandona per strada e poi scappa via . Di brutti incubi Gino l'acchiappasogni ogni giorno ne trova parecchi. A volte li porta fuori in città, li seppellisce in una buca profonda mille metri  sotto una grande quercia chiusi in un barattolo di vetro ben sigillato . Mentre i sogni felici, dato che c'è ne son pochi in giro, quando ne acchiappa uno lo porta a chi ha desiderato tanto averlo, vendendolo spesso ad un buon prezzo. Gino aveva una zia mezza fattucchiera che da piccolo gli aveva insegnato molte cose sulla magia come saper fare filtri e incantesimi o leggere nel palmo della mano , acciuffare sogni ovviamente e saperli imprigionare nei barattoli di vetro. Quando morì sua zia all'età di centocinquanta anni lui ebbe in eredità il suo cagnolino parlante che aveva però un gran difetto: essere un gran chiacchierone ,non la smetteva mai di parlare quando iniziava , lo faceva per ore intere e sapeva di tutto e di tutti. Conosceva ogni difetto, ogni pregio di ogni singolo abitante della città . Per questo Gino non amava molto portarlo con sé: gli faceva venire un gran mal di testa quando iniziava a raccontare i fatti altrui. Gino anche lui aveva un sogno diventare padre sposarsi avere una compagna.
Un giorno riuscì a catturare un sogno d' amore dopo tante peripezie e con l'aiuto del suo cagnolino parlante riuscì a trovare la fanciulla di quel sogno … Abitava in una modesta casa insieme alla madre.  Faceva la commessa ed era molto bella. Quando Gino la vide se ne innamorò subito . Per giorni interi la seguì, divenne la sua ombra. Quando ebbe il coraggio di dichiarare il suo amore , era ormai troppo tardi :lei s'era fidanzata di già con il figlio del macellaio e s'era promessa sposa a lui per la fine di quell'anno . Quando s'accorse che non c'era più nulla da fare Gino sentì una pugnalata trafiggergli il cuore . Corse come un disperato verso la grande quercia e cercando d'afferrare quel suo brutto incubo per imprigionarlo in un barattolo di vetro e gettarlo nella lugubre fossa vi cadde dentro precipitando fino al centro della terra e non si ebbero mai più sue notizie. Ora questa storia cosi triste và raccontando ognuno che incontra il suo piccolo cagnolino, ma nessun gli crede e qualcuno lo prende pure in giro. Divertente, no…-; concluse Sergio che aggiunse: dove diavolo mi porti?
- Ancora pochi metri e ci siamo…-
Sergio si rigirò da tutte le parti, ma non vide nulla che già non conoscesse.
Svoltato l’angolo della strada, si bloccò.
Lo sguardo si poggiò su una donna ed una ragazza che gli venivano incontro.
Più volte si stropicciò gli occhi, ma tutto gli appariva offuscato.
Si appoggiò al muro, cercò di tirare giù il risvolto dei jeans che mettevano in mostra il moncone della gamba, ma non ci riuscì.
- Paolo, dove siamo? -
- Dove sei da tanto tempo e da dove non sei mai voluto uscire…-
- Oggi il cielo non ha nuvole nere…- disse la donna.
- Oggi Nassiriya  è silenziosa e pacifica. Niente aerei, nessuna esplosione; papà -
Nassiriya – 12 ore dopo l’attentato
Sergio, monitorato a vista da una dottoressa e due infermieri prosegue nel suo delirio.
- Un altro giorno difficile sembra non volermi guardare, pur riguardandomi, e io sono stanco di sopravvivere senza capire il perché. Ogni giorno cerco di aggiungere un mattoncino di deduzioni nuove a questa costruzione traballante di pensieri, per rinforzarla, per renderla stabile, per fare in modo che non mi crolli addosso con la massa della sua vanità.
Ho cominciato da piccolo a esercitarmi, per colpa di un cielo insieme nero e sfavillante.
Lo osservavo spesso la sera, incantato e con la testa piegata all'indietro, dalla staia sotto casa mentre accarezzavo Alì, il cane del cortile che mi amava senza che gli avessi mai dato un boccone e che mi si appoggiava pesante e caldo, come se volesse consolarmi, dicendomi che anche lui non capiva.
In quel tempo la mia costruzione era appoggiata solo alle domande che non trovavano risposta ed era bassa, larga e stabile, nella sua bruttezza.
Crescendo, la vita si è insinuata tra le fessure di quel chiedersi e le ha apparentemente chiuse, con l'appiccicarsi di desideri sempre nuovi e più grandi, mai soddisfatti davvero. Sembrava che tutto fosse una realtà provvisoria che attendeva qualcosa di meglio per essere vera, e che anche quel meglio aspettasse di meglio.
Poi la mia testa si è abbassata a contare le pietre che non si lasciavano contare, per decidere dove appoggiare i miei piedi senza più il timore delle distanze, perché ovunque andassi la mia costruzione mi seguiva, aumentando di peso.
Tanti sono stati i passi, tanta la frenesia nel dolore, ma quando alzo la testa al cielo, ridivento bambino.
Per questo ho deciso di abbattere tutto e di ricominciare dal primo mattone, senza pregiudizi e pronto a perderci se il risultato lo vorrà.
Posso ricominciare solo grazie agli errori fatti, e da bambino mai avrei potuto decidere quello che è possibile oggi.
Alzo la testa, guardo il cielo come se fosse la prima volta e sento che questo sentirmi piccolo non mi fermerà più, perché il grande che vedo è l'insieme di tanti piccoli.
Per questo ogni cosa che lo compone è proporzionata a tutte le altre, perché ogni cosa si complica causandone altre che si complicheranno a loro volta, in un continuo crescente e decrescente.
Decido allora di tornare indietro col pensiero, per cercare la cosa più semplice che ha cominciato a complicarsi.
Un granellino di sabbia non può essere, perché mi pare ovvio che se qualcosa si estende in una forma deve essere divisibile, anche se ancora non si possiedono gli strumenti per farlo.
Devo cercare più in là, prima che la forma si compia.
Prima della forma c'è il punto ipotetico che, in fondo, è solo l'idea dello spazio senza estensione.
Un po’ mi viene da ridere, perché lo spazio è l’estensione.
Ma il punto senza forma ha bisogno di un altro punto per definire una forma, la quale sarà determinata dalla distanza infinitesimale che separa i due punti.
Per esserci e avere una forma, la distanza ha bisogno della possibilità di estendersi, occorre quindi che ci sia l'estensione.
Poiché l'estensione è una conseguenza del punto dal quale trae origine, non sarà l'estensione a spaventarmi, perché non è lei che cerco.
Io devo guardare oltre.
Fino a quando non avrò capito cos'è il punto non potrò spingere il pensiero, sempre che sia il pensiero a poter guardare la luce, e mi sembra evidente che il cielo non è un gigantesco punto.
È solo costellato di punti.
Cosa è questo punto, allora?
Se il punto non ha forma e da lì deriva il tutto delle forme, quel tutto proviene dalla possibilità che non ha ancora forma.
Allo stesso modo del tempo che nasce dall’istante, privo di durata, che si replica continuamente, creando la durata.
Quindi ci deve essere una realtà senza forma che viene prima di quella caratterizzata da una forma, e che si mostra attraverso l'idea priva di forma, cioè il punto e l'istante.
Ma se il punto è inconsistente, la realtà che gli si nasconde dietro deve potersi vedere, perché è senza riparo.
Quella realtà quindi, non si vede perché, anche lei come il punto, non è nella dimensione dell'essere.
Questo significa che ci deve essere una realtà che non appartiene all’esistente e che deve "essere", con evidenza, causa dell'essere.
Una Causa che "Non è".
Un “Non essere” che è più che l’essere.
Ciò che è nasce, quindi, da ciò che non è.
Ciò che non è, palesemente, è superiore a ciò che è.
Ho davanti al mio pensiero due realtà: una che non è e l'altra che è.
Quella che non è contiene, necessariamente per precedenza logica e successivamente anche per quella temporale, l'altra che è.
Quindi le è maggiore e deve contenere anche ciò che non è manifestato ancora, ma si manifesterà, insieme a quello che non è suscettibile di manifestarsi. Solo l'impossibile ne è escluso, perché contraddittorio, e la contraddizione non partecipa della Verità.
Ne deriva che il “Non essere” e l’essere costituiscono, nel loro complesso, l’interezza della Possibilità universale.
Poiché quella che è sta dentro a quella che non è... non può a sua volta contenerla e comprenderla.
A questo punto mi sento meno imbecille, ma non demordo.
Cos'è, quindi, la realtà che non è?
Più che l'essere di sicuro, altrimenti l'essere non sarebbe sua conseguenza.
Si deve ancora dire che la Possibilità universale è infinita e si esprime con l'insieme di "Non essere" e di "Essere", che rappresentano la prima divisione dell'Infinito, che in Sé non può essere relativo e diviso, ma che è causa prima del riflesso speculare, capovolto e relativo che da Lei zampilla, prima nel "Non essere" e poi nell'Essere.
Se relativo indica l’avere dei limiti, ciò che gli è superiore e lo contiene in principio… non deve avere limiti.
Deve essere oltre l’essere: Infinito, Eterno e Assoluto.
Chiedersi se Dio "esiste" è, quindi, contraddittorio, perché se esistesse dovrebbe essere, in quanto Causa dell'esistenza, esteriore all'esistenza come lo sono tutte le cause nei confronti dei loro effetti, le quali non possono, da questi, essere modificate.
Ciò che non ha limiti non può essere circoscritto da definizioni, anche se è tradito dal punto e dall’istante immobile, suoi riflessi più vicini a Lui.
Sento che stavolta i mattoncini del mio pensiero sono più stabili.
Nella loro trasparenza, ma stabili.
Meglio che consistenti e instabili.
Poiché "Non essere" ed "Essere" si definiscono vicendevolmente, nessuno dei due può dirsi Assoluto.
Se Dio, come lo pensiamo noi, ci fosse, non sarebbe assoluto, e anche se costituisse o facesse parte del "Non essere"... continuerebbe a non essere Assoluto, perché se lo fosse sarebbe oltre quella complementarietà che il “Non essere” forma con l’Essere.
Ciò significa che l'idea di Dio che mi hanno rifilato da piccolo non corrisponde al vero.
Cavolo!
Non si può nemmeno avere un'idea di Dio senza che questa si trasformi in una falsità.
È per questo che il Sacro sfugge?
È per questa ragione che ciò che è Sacro, per rivelarsi, si deve sacrificare?
Per questo l’amore è la forma del sacrificio?
Rialzo la testa al cielo, e mi tremano le ginocchia.
E non c'è nemmeno Alì al quale appoggiarmi.
Resta il Mistero a guardarmi in silenzio, e capisco solo che il mio esserci sarà davvero prezioso solo quando diverrà la verità che devo ancora conoscere.-
- Lo stiamo perdendo…Lo stiamo perdendo-, iniziò ad urlare la dottoressa richiamando l’attenzione di altri due medici che iniziarono prima con il massaggio cardiaco, poi con la respirazione bocca a bocca.
- Pressione?- chiese uno dei medici.
- 50/35 – rispose sconsolato un infermiere.
- Polso…20 pulsazioni – aggiunse il secondo medico staccandosi dal lettino ed avvicinandosi ad un altro in cui giaceva un soldato con il torace quasi completamente squarciato.
- Anche questo ci sta per lasciare – soggiunse il medico togliendosi la mascherina ed uscendo fuori dalla tenda-campo.
ROMA – SENATO –
Qualcosa in questo quadro idilliaco comincia a incrinarsi quando i militari italiani arrivano in città e, su tutti i muri, campeggiano scritte contro la Coalizione. Il generale Lops, comandante del contingente terrestre italiano, sottolinea come però “la gente ci accoglie con affetto”. Non l’imam sunnita Auday Salih al-Sadoon di Nassiriya però, il quale, parlando con i giornalisti italiani nel giugno del 2003, dichiarava: “Gli iracheni sanno cavarsela da soli. Chi entra con le armi non sarà accolto bene”. Il governatore della regione, stipendiato dalla Coalizione, tranquillizza gli italiani, definendo l’imam un folle. Gli italiani, per presentarsi alla popolazione, trasmettono un videomessaggio dalla televisione locale. “Siamo qui per portare sicurezza e aiuti”, dice il maggiore Lauro in tv, “faremo il possibile affinchè il popolo iracheno possa tornare il prima possibile a una vita normale”.
Il messaggio di Lauro non viene capito da tutti, oppure aveva ragione l’imam. Fatto sta che, l’8 settembre successivo, attorno allo stadio di Nassiriya, i militari italiani sono coinvolti nella prima sparatoria e rispondono al fuoco. Un scaramuccia, un’incomprensione forse. Oppure un segnale di pericolo? Grazie, ho concluso.
Un gran mormorio seguito da qualche battimano inizia a risuonare nell’aula.
- Su una parete del comando italiano in Iraq c’era un grande murale: un cavallo bianco di razza araba, montato da Saddam Hussein, con il volto del dittatore cancellato. Per questo motivo la palazzina era stata ribattezzata White Horse. Oggi quella parete non c’è più, cancellata dalla devastante deflagrazione del camioncino bomba guidata da un attentatore suicida che si è lanciato contro la base italiana. E’ il 12 novembre 2003: il giorno in cui l’ipocrisia della missione di pace è andata in frantumi, seppellendo per sempre 25 persone. Tra queste 16 militari italiani e 2 civili (un produttore cinematografico e un cooperante). L’attentato è uno choc per l’opinione pubblica italiana che, influenzata dai media filo-governativi, si era convinta di mandare ‘i nostri ragazzi’ a distribuire caramelle e a costruire scuole. Si è trattato anche di questo, ma non di una missione di pace. Signor Presidente del Senato, debbo aggiungere altro?-
Un nuovo colpo alla rappresentazione che Palazzo Chigi dà della missione Antica Babilonia viene da Marco Calamai, l’unico rappresentante italiano all’interno dell’autorità civile che governa l’Iraq.
- La gente non è nelle condizioni di condurre una vita normale-, dichiara Calamai dimettendosi quattro giorni dopo l’attentato a Nassiriya, - acqua, fognature, sanità, energia elettrica, accesso al minimo necessario per condurre una vita dignitosa restano i problemi principali da risolvere. Aziende statunitensi come la Halliburton e la Bechtel hanno goduto dei finanziamenti elargiti dal Congresso degli Stati Uniti, ma i risultati non si vedono. Il contingente italiano sta partecipando ad un’occupazione militare, né più né meno. Se non vengono create le condizioni per ristrutturare davvero il Paese, in Iraq siamo soltanto come un reparto militare-.
Calamai, in Italia, viene attaccato duramente, ma le sue parole cominciano a far ricredere alcuni sostenitori dell’intervento. La missione va avanti comunque, tra versioni contrastanti e nell’impossibilità degli operatori dell’informazione di svolgere correttamente il loro lavoro. Ma il muro del silenzio si è crepato, l’attacco agli italiani ha scosso le coscienze. Il 5 marzo 2004, sulla rivista Orizzonti Nuovi, viene pubblicato un articolo a quattro mani di Elio Veltri e Paolo Sylos Labini. Il titolo è eloquente: “Il vero motivo della presenza italiana a Nassiriya”. I due autori, citando Benito Li Vigni, entrato all’Eni con Mattei e rimasto nel gruppo fino al 1996, in posizioni di grande responsabilità, scrivono che “La presenza italiana in Iraq, al di là dei presupposti ufficialmente dichiarati, è motivata dal desiderio di non essere assenti dal tavolo della ricostruzione e degli affari. Questi ultimi riguardano soprattutto lo sfruttamento dei ricchi campi petroliferi.  Non a caso il nostro contingente si è attestato nella zona di Nassiriya dove agli italiani dell’Eni il governo iracheno, pensando alla fine dell’embargo, aveva concesso – fra il 1995 e il 2000 – lo sfruttamento di un giacimento petrolifero, con 2,5-3 miliardi di barili di riserve: quinto per importanza tra i nuovi giacimenti che l’Iraq di Saddam voleva avviare a produzione”.
Si scatena un putiferio. Il governo smentisce, ma resta un’ombra che si allunga sull’immagine dei militari italiani in Iraq. Forse non siamo andati solo a portare caramelle. Mentre resta sospesa la vicenda Eni, arriva un video, grazie al lavoro di RaiNews 24, a dicembre 2005. Si tratta di un video girato nell’agosto del 2004 a Nassirya, durante la cosiddetta terza battaglia ‘dei ponti’: gli scontri sostenuti dai militari italiani con i guerriglieri iracheni che tentavano di prendere le infrastrutture di Nassriya, in cui furono impegnati i carabinieri paracadutisti del reggimento Tuscania, elementi della seconda brigata mobile e dei bersaglieri. E’ un documento inedito, realizzato dall’interno di una postazione militare italiana impegnata nella battaglia contro gli insorti al di là del fiume. Il video mostra i ‘nostri ragazzi’, i dispensatori di caramelle, mentre sparano sui miliziani, s’incitano ad ‘annichilirli’ e si congratulano tra di loro quando ‘ne fanno fuori uno’. In realtà c’è poco da stupirsi: i soldati sono in guerra e combattono. Tutto diventa surreale nell’ottica della missione di pace.
All’attentato di Nassiriya si aggiungono le mine che fanno saltare in aria alcuni mezzi blindati, i cecchini che uccidono sparando sugli elicotteri e attentati vari contro i nostri militari, percepiti ormai come un’emanazione dell’esercito di occupazione capeggiato dagli Usa.

L’ultimo colpo all’immagine di una missione sbagliata arriva da un’inchiesta del giornalista Gianluca Di Feo, pubblicato dall’Espresso il 4 maggio 2006. Un passo dell’articolo vale come una condanna a morte per gli obbiettivi dichiarati di Antica Babilonia. Di Feo scrive: “Tutta l'operazione Antica Babilonia appare come una voragine, che inghiotte finanziamenti record distribuendo pochissimi aiuti. O meglio, i conti mettono a nudo la realtà che si vive a Nassiriya: non è una missione di pace, ma una spedizione in zona di guerra. Finora infatti sono stati stanziati 1.534 milioni di euro, poco meno di 3 mila miliardi di vecchie lire, per consegnare alla popolazione della provincia di Dhi-Qar poco più 16 milioni di materiale finanziato dal governo: un rapporto di cento a uno tra il costo del dispositivo militare e i beni distribuiti”. Non servono commenti.
NASSIRIYA IL GIORNO DOPO L’ATTENTATO
Nei campi tenda allestito per l’emergenza, i militari vanno e vengono: chi in cerca di un commilitone, chi di un parente parente partito con lui, chi in aiuto dei propri amici.

Seduto accanto ad un militare, un maresciallo racconta ciò che è accaduto il giorno prima:
-Ero di guardia, con altri due colleghi - continua il maresciallo - d'improvviso, mentre eravamo in postazione, ci fu un'esplosione terribile e fummo investiti in pieno dall'onda d'urto, sfiorati da una pioggia di pezzi di corimec (i moduli prefabbricati, ndr) e di sassi che correvano veloci come proiettili. Fummo sbalzati a terra, io non mi ritrovai più il fucile tra le mani: non sentivo niente, ma quello che più mi colpì fu la sensazione di essere immerso in un paesaggio lunare, con una luce innaturale e polvere, lamiere, vetri, infissi e calcinacci sparsi ovunque.
Superato lo sconcerto iniziale - continua - e recuperate le armi provammo a contattare via radio i colleghi che immaginavamo più vicini all'esplosione (la postazione di guardia era defilata rispetto al cancello della base 'Maestrale', mentre il comando della Msu, la Multinational specialized unit, era nella base "Libeccio", un centinaio di metri più in là, ndr), ma dall'altra parte delle radio non arrivava risposta. Solo dopo diversi, disperati tentativi sentimmo rispondere qualcuno, con un filo di voce: ci disponemmo a partecipare ai soccorsi, ma dalla centrale ci arrivò anche una raccomandazione, 'attenti ad altri, possibili attacchi'
Attimi terribili, interminabili, nei quali al timore per la sorte che poteva essere toccata agli altri si mischiava il pensiero dei famigliari in Italia: "Il mio telefono non funzionava, era stato danneggiato, e fu solo grazie a quello di un collega che riuscii a mandare almeno un sms alla mia ragazza... Solo dopo una mezz'ora - prosegue con evidente commozione Lombardo - avemmo la certezza che c'erano molti feriti gravi, e diversi morti: provavamo rabbia, e impotenza, cercavamo di trattenere le lacrime, ma era difficile anche perché si trattava non di semplici commilitoni ma di amici, di fratelli con i quali avevamo condiviso momenti belli e momenti difficili: e non sapere chi era stato risparmiato dalla tragedia e chi no impastava di incertezza il dolore e rendeva tutto ancora più insopportabile-.

Sergio, sempre più agonizzante, è tenuto per mano da una giovane dottoressa e da una crocerossina che si fanno più volte il segno della croce.
Improvvisamente, Sergio spalanca gli occhi ed urla: Dr.ssa Aprile, portami via da qui…
Chiusi gli occhi per sempre, Sergio venne subito ripulito, rivestito della sua divisa e condotto all’esterno della tenda per essere infilato in una delle tante bare allineate l’una accanto all’altra.
Da quel campo, Sergio non era mai andato via…

Salvatore Ferrara